Secondo la Bibbia, una regina della terra di Saba – collocata dagli studiosi in Arabia meridionale o piuttosto nel Corno d’Africa – saputo della grande saggezza di Salomone, re d’Israele, si mise in viaggio verso la sua terra, per metterlo alla prova con difficili quesiti, portando con sé come doni, spezie, oro e pietre preziose (1 Re 10, 1-13; 2 Cr 9, 1-12). Colpita dalla personalità del sovrano, la regina pronunziò una preghiera al suo Dio, e il re la ricambiò con molti doni e con “qualsiasi cosa desiderasse”, fino a quando ella non tornò nel suo regno. Altri riferimenti, interpretati come prova dell'amore tra Salomone e la regina di Saba, sono stati visti nel Cantico dei Cantici, attribuito allo stesso Salomone: in 1,5, la Sposa, con cui ella è identificata, dice appunto di sé Nigra sum sed formosa (“Sono bruna ma bella”), frase che dà titolo alla mostra. Per questa via, la tradizione occidentale si è poi spinta ad assimilare la Regina alla Vergine: la prima sarebbe “figura”, ossia anticipazione tipologica della seconda (di qui anche il culto della “Madonna nera”).

La figura della regina fa capolino anche nei Vangeli di Matteo (12, 42) e di Luca (11, 31): Gesù afferma che lei e gli abitanti di Ninive il giorno del Giudizio universale sorgeranno per condannare gli Ebrei che lo hanno rifiutato, «poiché ella venne dalle estremità della terra perascoltare la sapienza di Salomone». Ma è alla Leggenda aurea di Iacopo da Varazze (sec. XIII) che l’Occidente deve la sua interpretazione della regina, collegata alla reliquia della Vera Croce, quale si vede in una serie di celebri raffigur zioni: prima fra tutte la leggenda della era Croce di Piero della Francesca ad Arezzo (1452-57). La leggenda etiopica è poi consegnata all’epopea nazionale del Kebra nagast (“Gloria dei re”), che si vuol tradotto dall’arabo nella prima metà del XIV secolo, ma che certamente ingloba e rielabora materiali assai più antichi: il testo, in forma di rapsodia apocalittica, fa discendere la casa reale etiopica ascesa nel 1270, identificata con il “vero Israele”, direttamente dall’incontro amoroso tra il re Salomone e la regina di Saba: un racconto ripetuto infinite volte dagli artisti abissini (vd. i due pannelli in mostra).

La regina, chiamata Makedà, come poi nella tradizione locale, è presa con l’inganno da Salomone, presentato qui come un seduttore, piuttosto che come il saggio della narrazione biblica. Il Kebra nagast contiene anche la storia di Makeda e dei suoi discendenti: da lei Salomone avrebbe avuto un figlio, poi divenuto re con il nome di Menelik, primo imperatore d'Etiopia, dove egli avrebbe ripor tato la mitica Arca dell’Alleanza, che sarebbe tuttora custodita nella cattedrale di Aksum. In questo modo, la dinastia etiope trova le proprie origini in Salomone, antenato di Cristo, e nella regina di Saba, che una volta di più può essere assunta come inizio dell'arte cristiana etiopica.
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13 marzo - 10 maggio 2009, Ca' Foscari Esposizioni, Dorsoduro 3246, Venezia | Contatti