
In Etiopia la pittura di icone inizia a partire dal XV secolo, sulla scia di una millenaria tradizione di pittura murale e di illustrazione libraria. La comparsa di questo nuovo genere pittorico, su tavola, si deve probabilmente alla profonda devozione che il neguś Zar’a Yā‘qob mostrava per la Vergine Maria, e alla sua volontà di diffonderne il culto nel Paese attraverso immagini dipinte, che si potessero trasportare e venerare in qualsiasi luogo, anche sospese al collo come pendenti. Ma il modello per al pittura su tavola è certamente venuto dall’esterno: da influenze dell’arte copta e siriana, ma soprattutto europea. Dall’Italia, in particolare, arrivarono tra Quattrocento e Cinquecento, una serie di artigiani ed artisti, tra i quali il celebre veneziano Niccolò Brancaleon, chiamati dagli stessi sovrani etiopi a istruire i pittori locali. Si sviluppò così, da un fecondo incontro di esperienze, una cultura figurativa originale, che rivela una intima e profonda qualità narrativa.
Le icone etiopiche, infatti, non presentano solo figure isolate, ma soprattutto raccontano le storie della vita di Gesù, della Vergine e dei Santi in una successione di scene.La Madonna e i santi, in par ticolare san Giorgio, sono forse le figure più rappresentate nelle icone etiopiche, come imprescindibili intermediari tra il fedele e Dio. L’iconografia della Vergine, in par ticolare, divenne stabile a par tire dal XVII secolo, quando I Gesuiti por tarono in Etiopia incisioni riproducenti l’icona conservata nella basilica romana di Santa Maria Maggiore, che divenne da quel momento un modello quasi normativo per tutti gli artisti.